incredibile pensare che 39 minuti fa la mia opinione sui r.e.m. era di totale indifferenza e adesso dovrò passare il resto della mia vita a pregare che quella voce nasale e quelle chitarre bling-blang-blong non invadano mai più la sacralità del mio padiglione auricolare.
ah, la gioia della scoperta!
bowie prima dell’era del travestimento, primitivo e puerile scrive i testi coi pastelli colorati e le melodie su uno xilofono di legno.
bewlay brothers dev’essere stata scritta pochi minuti prima di addormentarsi perché suona come quando—ancora da mezzo sveglio—spiritelli onirici escono allo scoperto da sotto al cuscino e ti s’intrufolano nell’orecchio.
è tutto molto innocente e circense perfino..
l’ultimo giorno del terzo anno di liceo ho comprato questo cd alla galleria del disco. l’anno prima avevo preso unknown pleasures dei joy division, episodio che denota un considerevole abbassamento di depressione adolescenziale e segna l’avvento della camicia da uomo performativa nel mio vestiario come un oroscopo musicale. quell’anno il sole era in dandy e venere retrograda.
• produzione extra crispy.
• toilet tisha è un titolo folle per una canzone del genere.
• manifesto più outro interminabili e interludi per il mondo intero..
così presto non me l’aspettavo il prepotente ritorno della chitarra jingle-jangle e della voce nasale. lontano dall’essere tra i miei dylan preferiti.
9 hipster pelati su 10 considerano questo album il migliore album elettronico degli anni novanta.
te lo consiglieranno appena prima di ordinare un avocado toast su just eat per colanzo, e poco dopo aver fissato per farsi tatuare "vegano 4ever" in stampatello sul collo.
la verità è che è un bel sottofondo per quando fai smart-working in un caffè scandinavo, e che qualche canzone ti fa persino alzare gli occhi dallo schermo del tuo macbook pro, smuovendo in te un certo trasporto emotivo (shazami il brano).
poi bevi un sorso del tuo macha con latte di mandorla, e te ne dimentichi per sempre.
1 hipster pelato su 10 ti direbbe: è un album con qualche banger diluito da una serie di filler (anche belli eh, ma filler nonetheless).
nostalgia card declined: prendo paradise city, me la infilo sotto la felpa e me la do a gambe.
almeno quella, in onore di quando ero alle medie..
la realtà è che non mi sono mai comprata la loro maglietta per paura che qualcuno mi fermasse per strada e mi chiedesse di dirgli dieci canzoni dei guns. conoscendone solo sette mi avrebbe certamente strappato di dosso la maglia e derisa pubblicamente.. sai, come di solito fanno i passanti qualunque..
c’è qualcosa di adolescenziale in questo album, nel vago impegno socio-politico dei suoi testi, nella lieve spossatezza psichedelica di quando prendi troppo sole al mare e nell’ombrosità di certe tematiche esistenziali.
c’è la via del lago che curva morbida attorno al bilancino, dopo l’ultimo bagno della stagione, e surf’s up che si libra nell’aria.
è la fine di un’era, l’ora di scuotere l’asciugamano dalla terra e arrotolarci dentro il costume bagnato, è già il fresco della sera e il tramonto un po’ troppo presto.
accecati dall’impossibile perfezione di bohemian rhapsody abbiamo lasciato che la facessero franca con i’m in love with my car. tutto molto goofy.
arancione caldo di quando hai la febbre che t’illumina la testa come una lampadina.
prima di addormentarti, imbottita di paracetamolo e acqua di sirmione (alla fievole luce della tua stessa testa) ascolti il cambiare dei canali dei pensieri irrazionali che ti accompagnano nella veglia e fanno da sottofondo alla tossetta.
e se ti addormenti è solo per poco.. e per il verso di andré 3000 su pink matter ti risvegli sempre. e preghi all’altarino di una notte nel chill.
non è il vero rilassamento, è la registrazione di svarioni notturni riprodotti a rallentatore sul mangiacassette (da tenere vicino all’orecchio come un segreto).